Culture parfum

Il Profumo nel Medioevo

Tra religione, medicina e seduzione, scopra come il profumo ha plasmato la cultura medievale, dall'incenso delle cattedrali alle eaux aromatiche degli speziali.

Un'eredità antica trasmessa dalle rotte d'Oriente

Quando l'Impero romano crolla nel V secolo, avrebbe potuto portare con sé una cultura del profumo di raffinatezza notevole. I Romani consumavano tonnellate di incenso, l'iris e nardo ogni anno, profumavano le loro terme, i loro banchetti e i loro morti con una prodigalità che sorprendeva i popoli vicini. Eppure, l'arte degli aromi non scompare con la caduta di Roma: essa migra, si trasforma, e ritorna nell'Europa occidentale arricchita di nuovi saperi, portati dai mercanti arabi e dai crociati.

È infatti attraverso le rotte commerciali che collegano Bisanzio, Baghdad e Alessandria che le materie prime continuano a circolare durante tutto l'Alto Medioevo. La cannella di Ceylon, il musk delle mucche muschiate tibetane, l'ambra grigia delle coste africane, il legno di aloè proveniente dal Sud-Est asiatico: questi tesori olfattivi transitano attraverso i porti mediterranei prima di raggiungere le officine dei monaci o i banchi dei mercanti speziali, quei precursori del commercio della profumeria che venivano allora semplicemente chiamati «speziali».

La Chiesa, custode e utilizzatrice degli aromi sacri

Nel Medioevo, il profumo è innanzitutto una questione di spiritualità. La Chiesa cattolica pone l'incenso al rango delle offerte divine, ricordando il dono dei Re Magi al Bambino Gesù. In ogni cattedrale, in ogni cappella di villaggio, l'olibano — resina estratta dal Boswellia sacra che cresce nelle regioni aride della penisola arabica e del Corno d'Africa — brucia quotidianamente, avvolgendo i fedeli in un fumo denso destinato a portare le preghiere verso i cieli.

Questa funzione teologica del profumo non è affatto casuale: il fumo odoroso materializza il legame tra il mondo terreno e il divino, tra l'impuro e il sacro. La parola stessa "profumo" trae origine dal latino per fumum, "attraverso il fumo", testimoniando questa concezione fondamentalmente religiosa dell'aromatizzazione. I monasteri diventano allora centri di sapere olfattivo. All'abbazia di San Gallo in Svizzera, fondata nell'VIII secolo, gli orti dei semplici coltivano la lavanda, la salvia, la melissa e la menta, piante al contempo aromatiche e medicinali dalle quali i monaci ottengono preparazioni complesse per curare i corpi e purificare le anime.

La medicina araba e la svolta della distillazione

La svolta decisiva nella storia del profumo medievale arriva dall'Oriente, e più precisamente dagli studi di Avicenna. Questo medico e filosofo persiano, nato nel 980 ad Afshana vicino a Bukhara, descrive all'inizio dell'XI secolo nel suo Canone della medicina un procedimento di distillazione a vapore che permette di estrarre i principi odorosi delle piante con una precisione inedita. La rosa di Damasco, Rosa damascena, coltivata in abbondanza nei giardini di Persia, diventa la prima materia a beneficiare di questa tecnica su larga scala: l'eau de rose così ottenuta invade i mercati del mondo islamico, poi, progressivamente, le corti europee.

Questa padronanza della distillazione trasforma profondamente la natura stessa del profumo. Laddove l'Antichità lavorava principalmente con oli infusi o resine bruciate, il Basso Medioevo comincia a manipolare estratti più concentrati, più volatili, le cui strutture molecolari possono essere associate e modulate con una libertà nuova. Gli alchimisti europei, affascinati da questi procedimenti arabi, se ne appropriano già dal XII secolo: Roger Bacon in Inghilterra, Ramon Llull in Catalogna, Arnaldo da Villanova a Montpellier teorizzano la distillazione e la applicano alle sostanze aromatiche, gettando le basi di ciò che diventerà, diversi secoli dopo, la chimica moderna del profumo.

Profumo, igiene e seduzione nella società medievale

L'immagine di un Medioevo uniformemente sporco e indifferente all'odore merita di essere sfumata con rigore. Se le condizioni sanitarie non hanno evidentemente nulla a che vedere con i nostri standard contemporanei, le élite medievali dedicano un'attenzione reale agli odori corporei e alla loro correzione. I trattati medici della Scuola di Salerno, redatti tra l'XI e il XIII secolo, raccomandano bagni aromatici alle erbe, sacchetti di lavanda inseriti nei bauli degli abiti, eaux profumate alla rosa o al mirto per rinfrescare la pelle dopo l'esercizio.

La seduzione, naturalmente, convoca anch'essa gli aromi. Le donne nobili si profumano i capelli con polveri a base di iris di Firenze — la cui radice sviluppa dopo l'essiccazione un intenso profumo di violetta — e si frizionano le tempie con preparazioni allo zibetto o al musk, materie animali allora considerate potenti afrodisiaci. Gli uomini di corte non sono da meno: Baldovino IV di Gerusalemme, detto il Re Lebbroso, avrebbe fatto uso di unguenti aromatici per mascherare gli effetti visibili della sua malattia durante le sue udienze diplomatiche, secondo diverse cronache del XII secolo. Il profumo svolge qui pienamente il suo ruolo sociale, quello di un'interfaccia tra il corpo reale e l'immagine che si desidera proiettare.

Dalle spezie alle prime eaux de parfum: l'eredità medievale nella profumeria moderna

Il XIV secolo segna una transizione notevole. Nel 1370 appare quello che alcuni storici considerano il primo profumo alcolico della storia occidentale: l'Eau de la Reine de Hongrie, una preparazione a base di rosmarino distillato in alcol di vino, la cui leggenda attribuisce la formula a una regina ungherese settantenne — probabilmente Elisabetta di Polonia — che l'avrebbe utilizzata per ritrovare la propria giovinezza. Che sia reale o apocrifa, questo aneddoto illustra un cambiamento di paradigma importante: il profumo esce progressivamente dalla sfera esclusivamente religiosa e medica per entrare in quella del lusso personale e della bellezza profana.

La profumeria medievale lascia in eredità alla modernità molto più di qualche ricetta. Essa trasmette una geografia delle materie prime — le rotte della seta e delle spezie che conducono all'oud, ai balsami e alle resine orientali — che struttura ancora oggi l'immaginario olfattivo di numerose maison. Essa forgia inoltre una terminologia e un vocabolario della sensorialità che permeano la letteratura cortese: nel Roman de la Rose, composto tra il 1230 e il 1275, gli aromi invadono le descrizioni del giardino ideale, associando sistematicamente il bello al buono e al buon profumo. Questa sinestesia medievale tra estetica, etica e olfatto costituisce forse l'eredità più duratura di un'epoca che sarebbe errato ridurre alle sue sole ombre.