Culture parfum

Il Profumo nell'Antico Egitto

Scopra come gli Egizi dell'Antichità inventarono l'arte del profumo: rituali sacri, ricette perdute, kyphi ed eredità olfattiva millenaria.

Quando gli dèi respiravano il fumo delle resine

Più di quattromila anni fa, nei templi consacrati ad Amon-Ra o a Iside, un fumo denso e aromatico si innalzava verso le volte dipinte. Non si trattava di un semplice gesto rituale: era la profonda convinzione che gli dèi si nutrissero degli odori, che il fumo delle resine fosse la lingua attraverso cui gli uomini si rivolgevano al divino. La parola latina per fumum, letteralmente "attraverso il fumo", trova proprio in queste pratiche egizie antiche la sua origine. L'Egitto non si limitò a utilizzare il profumo: lo concettualizzò, lo codificò e lo trasmise a tutte le civiltà che gli succedettero.

Le prime testimonianze scritte di preparazioni odorose in Egitto risalgono all'Antico Regno, verso il 2700 a.C., sotto la IV dinastia dei faraoni costruttori di piramidi. Papiri medici, tra cui il celebre Papiro Ebers scoperto a Luxor nel 1872, elencano centinaia di formule che associano sostanze vegetali e minerali a fini terapeutici, cosmetici e rituali. La distinzione che oggi operiamo tra medicina, cosmetica e spiritualità non esisteva: una stessa preparazione poteva curare una ferita, compiacere un dio e sedurre un amante.

Il kyphi, profumo sacro fra tutti

Tra tutte le creazioni olfattive dell'antico Egitto, il kyphi occupa un posto singolare. Questa preparazione complessa, bruciata ogni sera nei templi al tramonto per accompagnare la discesa di Ra nel mondo sotterraneo, è la prima ricetta di profumo che l'umanità abbia mai messo per iscritto. I sacerdoti di Edfu, nel loro tempio dedicato a Horus, incisero sui muri della sala delle offerte due versioni della sua composizione, ancora leggibili oggi. Plutarco, il filosofo greco del I secolo della nostra era, ne trasmise a sua volta una descrizione nel suo trattato Iside e Osiride, menzionando fino a sedici ingredienti: uva passa, resina di terebinto, giunco odoroso, aspalato, cipero, pinolo, bitume, mirra, e altre sostanze che i traduttori faticano ancora a identificare con certezza.

La preparazione del kyphi seguiva un cerimoniale rigoroso. I testi precisano che gli ingredienti dovevano essere mescolati in silenzio, durante la lettura di testi sacri, e che alcune fasi lunari erano considerate più propizie di altre. Questa dimensione quasi alchemica del lavoro sugli odori preannuncia i laboratori dei profumieri arabi del Medioevo e, ancora più avanti, le officine dei chimici europei del XVII secolo. Il kyphi non era soltanto un incenso: Dioscoride, medico greco del I secolo, gli attribuiva virtù sonnifere e ansiolitiche, notando che "addolciva le pene e dissolveva le preoccupazioni".

Le vie dell'incenso e l'economia degli aromi

Procurarsi le materie prime necessarie ai rituali e alle cure del corpo rappresentava per l'antico Egitto una questione politica ed economica di primaria importanza. La mirra e l'incenso — quest'ultimo designato in egizio con il termine senetjer, "ciò che rende divino" — non crescevano nel delta del Nilo. Provenivano dal paese di Punt, territorio misterioso che gli egittologi situano oggi approssimativamente in Eritrea, in Etiopia o sulla costa somala. La regina Hatshepsut, che regnò nel XV secolo a.C., inviò una memorabile spedizione verso questo paese lontano, il cui svolgimento è ancora raccontato dai rilievi scolpiti sui muri del suo tempio funerario di Deir el-Bahari. Le navi tornarono cariche di alberi d'incenso trapiantati con la zolla, mirra in lacrime, ebano, oro e animali esotici. Questi alberi furono piantati nei giardini del tempio di Amon a Karnak, primo documentato tentativo di coltivazione di piante aromatiche a fini rituali.

Il commercio degli aromi strutturava reti di scambi che si estendevano fino alla Mesopotamia, alla Creta minoica e più tardi alla Grecia. Giare contenenti residui di terebinto, ritrovate in relitti affondati al largo della costa turca verso il 1300 a.C., testimoniano l'intensità di questi scambi mediterranei. L'Egitto giocava un ruolo centrale in questo commercio triangolare, importando resine dall'Arabia e dall'Africa orientale, trasformandole in prodotti elaborati e ridistribuendole verso il bacino mediterraneo. I profumieri egizi erano così, già allora, alchimisti del commercio non meno che dell'olfatto.

Tecniche e ricette: gli albori della profumeria

Gli Egizi non conoscevano la distillazione a vapore d'acqua, procedimento che sarebbe stato padroneggiato solo nel X secolo da Avicenna. Svilupparono tuttavia diverse tecniche di estrazione notevolmente efficaci. L'enfleurage a caldo, o macerazione, consisteva nel far fondere grassi animali — strutto, olio di ben estratto dalla Moringa oleifera — e immergervi fiori o resine per diverse ore, talvolta diversi giorni, finché la materia grassa non fosse saturata di molecole odorose. Questo grasso profumato, l'unguento, veniva poi applicato sul corpo, sulle parrucche, sugli oggetti di culto. Coni di unguento solido che i convitati portavano sulla testa durante i banchetti sono rappresentati in numerose pitture tombali: fondendo per il calore, rilasciavano progressivamente i loro aromi durante tutta la festa.

La pressione a freddo su supporti fibrosi — lino, cotone, lana imbevuta d'olio — permetteva di estrarre le essenze di fiori più delicati, tra cui il loto blu, fiore sacro per eccellenza, simbolo di rinascita e di creazione. Analisi chimiche condotte su recipienti ritrovati nella tomba di Tutankhamon, morto verso il 1323 a.C., hanno rivelato la presenza di grassi animali aromatizzati ancora parzialmente attivi dopo più di tremila anni di sepoltura — testimonianza sorprendente della qualità delle tecniche di conservazione padroneggiate dai profumieri egizi. Gli scavi del sito di Wadi Natrun hanno inoltre portato alla luce laboratori di produzione di unguenti, con le loro giare, i loro mortai e le loro bilance, primi "laboratori" nella storia della profumeria.

Dal corpo alla tomba: il profumo come passaggio

Nella cosmologia egizia, il profumo non era un lusso riservato ai vivi. Accompagnava i morti nel loro viaggio verso l'aldilà e svolgeva un ruolo attivo nei rituali funerari. La mummificazione stessa era un'operazione profondamente olfattiva: natron, mirra, resina di cedro, bitume di Giudea, olio di cipresso — sostanze scelte tanto per le loro proprietà antisettiche quanto per il loro significato simbolico. Gli imbalsamatori, che esercitavano la loro arte per settanta giorni, erano anche specialisti degli aromi. Il corpo mummificato veniva poi avvolto in bende impregnate di resine profumate, e quindi posto in un sarcofago le cui pareti interne erano ricoperte di unguenti. L'odore era concepito come un vettore di trasformazione, capace di accelerare la metamorfosi del defunto in essere di luce.

Questo uso funerario del profumo attraversò i secoli e le frontiere. I Greci e i Romani adottarono e adattarono le pratiche egizie, in particolare l'utilizzo dei balsami e delle resine nei riti mortuari. La tradizione di bruciare incenso nei luoghi di culto, che ritroviamo nelle sinagoghe della tarda Antichità, nelle prime chiese cristiane, nelle moschee e nei templi buddisti, affonda le sue radici in quei templi egizi dove, ogni sera, si innalzava il fumo del kyphi. Quattromila anni dopo, quando un profumiere contemporaneo lavora con la mirra, lo storace o il labdano, maneggia materie prime che i sacerdoti di Amon conoscevano intimamente. L'antico Egitto non è soltanto un capitolo della storia della profumeria: ne è il fondamento.

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